AttivAzione
Berlino, 18 Novembre 2009 11:00
Per la raccolta fondi di quest’anno, la Free Software Foundation Europe
(FSFE) ha escogitato qualcosa di speciale. Il donatore più generoso del
2009 parteciperà a una sessione di cucina col Presidente di FSFE e altri
membri del gruppo esecutivo dell’organizzazione. FSFE conta di
raccogliere 100,000 Euro per l’ultimo trimestre del 2009.Il Software Libero e la cucina riguardano entrambi creatività, abilità e
divertimento. “Puoi usare le ricette per qualsiasi scopo, puoi
condividerle con altri, e puoi migliorarle. Per questo la cucina è molto
simile al Software Libero, che ti dà la libertà di usarlo, studiarlo,
condividerlo e migliorarlo,” dice il Presidente di FSFE Karsten Gerloff.FSFE lavora per la comunità del Software Libero presente in Europa e
oltre dal 2001. Grazie ai suoi sostenitori, l’organizzazione è stata
capace di piegare monopoli proprietari , difendere gli sviluppatori e
gli utenti europei dai brevetti software, e far diventare la Freedom
Task Force il più importante gruppo di esperti in Europa sugli aspetti
legali del Software Libero.Allo stesso tempo, le minacce che FSFE sta combattendo nell’interesse
degli utenti e degli sviluppatori di Software Libero sono ancora
presenti. Gli utilizzatori di computer sono ancora costretti ad usare
software proprietario in molte occasioni. Gli standard chiusi
costruiscono dei muri che il Software Libero con difficoltà può riuscire
a rompere. L’interoperabilità nel settore pubblico in Europa è sotto
attacco, dal momento che le aziende di software proprietario continuano
a far avanzare i propri interessi in Europa e in tutto il mondo.Queste sono solo alcune delle questioni che il donatore avrà
l’opportunità di discutere col personale dirigente di FSFE. “Molti di
noi della FSFE sono appassionati chef per hobby. Non vediamo l’ora di
condividere dei momenti di creatività con i sostenitori del Software
Libero,” dice Gerloff.
Per i dettagli dell’iniziativa, potete leggere qui: http://www.fsfe.org/news/2009/news-20091118-01.it.html
Si moltiplicano le iniziative individuali riguardanti il testamento biologico.
Molti scrivono direttamente la propria volontà sul proprio blog, così come Luca Sofri.
Marcello Saponaro fa qualcosa di più: oltre a scrivere il proprio, si propone di creare un vero e proprio database pubblico di testamenti biologici spontanei.
In argomento, trovo inoltre utili due link, questo (Blog Bioetiche) e questo (ADUC Salute).
Nell’articolo “SIAE non sarà più la sola?” di Gaia Bottà su Punto Informatico, si parla dell’Ordine del Giorno n. G3.174 al DDL n. 1209 al Senato, e della discussione creatasi intorno alla possibilità che l’apertura al mercato europeo nel sistema di riscossione e redistribuzione dei proventi dei diritti d’autore ponga fine al monopolio di fatto della SIAE.
Io auspicherei qualcosa di più: se da un lato la concorrenza può andar bene, è il modello di riscossione/distribuzione che non va più bene; nell’era dei media digitali, come si fa a concepire il compenso all’autore come un pizzo da pagare proporzionalmente alla fruizione di un contenuto copiabile e trasmettibile in centinaia di modi, occasioni, opportunità? E` semplicemente anacronistico, perciò fallimentare.
A fine dicembre si avvicina, da un po’ di anni a questa parte, la scadenza del dominio attivazione.org
Diciamo che ogni anno c’è un pensiero, una considerazione, una riflessione…
Harald Welte, uno dei titolari di parti importanti di GNU/Linux (come NetFilter/Iptables) ha promosso una causa contro Skype per la violazione delle condizioni di licenza del proprio software, ovvero, per violazione della GNU GPL. Con l’assitenza dell’esperto in diritto del Software Libero Dr. Till Jaeger, aveva ottenuto un’ingiunzione definitiva da parte di una corte inferiore, ma Skype si era appellata all’istanza superiore. Oggi vi è stata l’udienza. I giudici hanno chiarito che le chances di vittoria erano così basse che gli avvocati di Skype hanno deciso di abbandonare il giudizio e rinunciare all’appello.
Sembrerebbe che l’opinione dei giudici sia stata che o si ha una valida licenza, o chiunque debba astenersi dall’utilizzare materiale soggetto a copyright. Così, ogni argomento circa la validità o meno della GNU GPL come un contratto valido o meno non ha merito, perché anche se la stessa fosse nulla, ciò che si avrebbe sarebbero i semplici diritti di uso esclusivo accordati al titolare del diritto d’autore. Che è poi quello che si sostiene da tempo.
AsSoLi dà vita a un’iniziativa di sensibilizzazione sul tema candidati alle politiche e software libero: quanti di questi si sono dimostrati in campagna elettorale sensibili all’argomento?
Propone quindi una petizione e un piccolo kit col quale chi vorrà aiutare l’associazione potrà fare opera di sensibilizzazione (chiamamolo micro-lobbying e vediamo l’effetto che fa) nei confronti dei candidati del proprio collegio.
A margine, invita blogger e non solo, a spargere la voce e ha preparato dei banner per pubblicizzare l’iniziativa.
Un anno fà il “Gruppo Consiliare – Verdi per la Pace” presentò un progetto di legge regionale in favore del Software Libero e dei Formati Aperti.
Per velocizzare il processo di approvazione del progetto, il “Tavolo Regionale Politica del software nella Pubblica amministrazione” ha lanciato una raccolta firme, di cui riportiamo parte del testo:
Al Presidente il Consiglio Regionale della Lombardia
Ettore Adalberto Albertoni
Alla Presidente la I Commissione (Bilancio)
Rosa Angela Mauro
Al Presidente la VII Commissione (Cultura, formazione professionale, sport, informazione)
Daniele Belotti I sottoscritti sollecitano il Consiglio Regionale della Lombardia a iniziare l’esame del Progetto di Legge 236 (”Contributo alla competitività e all’innovazione della pubblica amministrazione lombarda attraverso l’utilizzo di formati aperti e FLOSS per la gestione dei dati elettronici”), presentato il 21 maggio 2007.L’utilizzo di software libero e open-source non è una mera posizione ideologica. E’ già utilizzato da governi e amministrazioni locali in Italia e in Europa, indipendentemente dallo schieramento politico.Esso è, infatti, una grande occasione di sviluppo per la società e per la pubblica amministrazione. Consente di controllare direttamente come funzionano i programmi per elaboratore, tutelando tra l’altro in modo più adatto i dati sensibili per la privacy dei cittadini; di ridurre i costi delle licenze per l’uso di software; di avere computer che possono dialogare tra di loro, indipendentemente dalla marca e dal modello; di agevolare gli imprenditori e gli sviluppatori di software locali; di sviluppare un sistema produttivo basato sulla creazione invece che sull’importazione di tecnologie essenziali; di aprire nuove possibilità di lavoro altamente qualificato per i giovani nel settore cruciale della tecnologia; di ottimizzare gli investimenti della pubblica amministrazione; di ridurre il divario digitale, offrendo ai cittadini la possibilità di avvalersi di strumenti facilmente accessibili.
[ leggi il resto ]
Il post [0] che di seguito vado a citare, mi ha fatto molto riflettere su come (una volta di più), dal messaggio del software libero, si arrivi rapidamente a
trattare di libertà a 360 gradi:
Marco Milanesi <kpanic @ muppetslab.org> wrote:
ciao _______, ti ringrazio per l’intervento.
secondo me il punto è la
tutela della libertà di tutta la società, non solo quella del singolo.
quindi i BSD non garantiscono la libertà della società, ma del
singolo IMHO. dato che la mia idea di società non è egoistica,
abbraccio sicuramente il copyleft.
[...]
però quando si ha un ruolo così importante, come quello di Linus
Torvalds, nella comunità allora le tue scelte diventano globali, non
singolari.
se leggo su un dizionario la definizione di libertà [1]
riesco a collegarla poco a qualche concetto comunitario: nella maggioranza delle definizioni (ma non in tutte) risulta un concetto legato all’individuo
secondo me, queste concezioni, sono l’eredità storica di un mondo che
solo nel secolo scorso è riuscito a dare una dimensione individualista
all’impostazione della vita quotidiana, come estrema reazione [2] a
secoli di società in cui democrazia e diritti del singolo non erano
minimamente concepiti [3], ed alcuni gruppi elitari/oligarchici comandavano su una massa indistiguibile di creature pressoché senza diritti
fatto salvo che non voglio certo rivoluzionare il significato della
parola libertà [4], forse il vero nemico di oggi (e non mi riferisco solo al
software) non è tanto la “schiavitù” (che nell’ambito del sw, si traduce
in “proprietario”) che si oppone alla “libertà“, ma l’egoismo
la libertà è un requisito indispensabile
ma ci vorrebbe perfino un movimento del software “altruista“, anche se
questo aggettivo, in italiano, rende poco in qualità di contrario del termine egoismo (che è
un lemma più forte e carico di significati)
meditiamoci sopra…
[0] thread passato sulla mailing-list del LUGPiacenza, in seguito alla vicenda di Torvalds con BitKeeper (leggansi “No More Free BitKeeper” e “RMS: BitKeeper bon-voyage is a happy ending“)
[1] http://www.demauroparavia.it/63458 oppure http://www.garzantilinguistica.it/interna_ita.html?sinonimi=0&exact=true&parola=40602
[2] dico “estrema” perchè penso che ormai siamo arrivati all’esasperazione dell’individualismo stesso
[3] ed è proprio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che ci piace tanto, a costituire un punto cardine della svolta della società moderna in tal senso
[4] oggi, troppo spesso, nascono diatribe tra schiere di persone che si lamentano sul significato di alcune parole che va mutando… queste persone dimenticano due cose: a) la lingua è uno strumento in continua evoluzione e segue usi e costumi del popolo che la parla; b) potrebbero impegnare le loro parole per scopi migliori e non per cause perse …
“Petizione con raccolta firme per chiedere all’ IBM il rilascio del codice sorgente del sistema operativo OS/2 o almeno della parte sulla quale la multinazionale ne detiene i completi diritti.”
L’ iniziativa è stata lanciata da OS2 World.Com una comunità internazionale di utilizzatori del sistema operativo OS/2 che ha redatto una petizione la quale, una volta terminata la fase di raccolta firme, verrà inviata ai responsabili IBM.
La petizione, ad un giorno dal comunicato stampa, è già stata sottoscritta da più di 3400 persone e non mancherà certo di sollevare accese discussioni e probabilmente qualche polemica. Come è noto, infatti, IBM mostra da tempo particolare attenzione al mondo “Opensource” ed è evidente che un eventuale rilascio del codice del suo storico sistema operativo, sotto qualche forma di licenza libera, potrebbe non solo fare in qualche modo resuscitare un sistema operativo destinato al sicuro oblio, ma costituire un elemento d’ interesse per l’ intero movimento del software libero. Non sono pochi infatti a sostenere che OS/2, seguendo in qualche modo la sorte toccata a Netscape e StarOffice, una volta ripulito delle parti strettamente “proprietarie” e rilasciato liberamente alla comunità di sviluppatori, potrebbe diventare una seria alternativa ai sistemi GNU/Linux o almeno complemento, soprattutto sul versante desktop.
I problemi che possono ostacolare il rilascio di OS/2 come software libero, sembrano risiedere in molte componenti del sistema operativo che sono state sviluppate nel tempo da terze parti e delle quali, quindi, IBM non possederebbe i diritti. I più maligni sostengono inoltre che l’ apertura del codice di OS/2 esporrebbe IBM alla scoperta dell’ utilizzo di molto codice che non le apparterebbe.
Nel 2000 IBM ha stipulato un accordo con la società Serenity Systems International che le garantisce la distribuzione di un nuovo sistema operativo denominato eComStation , basato sul sul kernel dell’ultima versione rilasciata di OS/2.
La petizione può essere letta e firmata al seguente indirizzo:
http://www.os2world.com/petition/
Io, che nei primi anni 90 nutrivo una particolare simpatia per OS/2, l’ ho firmata e non nascondo che vedere risorgere questo ottimo sistema operativo come software libero, non mi dispiacerebbe affatto.
Alcune letture sulla storia di OS/2 e sulla sua attuale situazione:
L’ ottima pagina di Wikipedia (EN)
Il sistema operativo IBM OS/2 (IT)
OS/2 Timeline (En)
Il sito ufficiale di IBM sull’ OS/2 (En)
Microsoft Italia® ha da qualche tempo avviato una nuova, martellante, campagna pubblicitaria dedicata alla nuova versione di Office, denominata 2003. Adesso non ci chiedono più “dove vogliamo andare”, ce lo indicano direttamente loro: dobbiamo uscire dalla preistoria. Qualche considerazione tra il serio e il faceto.
Negli spot (dategli un’ occhiata, è uno spasso!) si dice testualmente:
“Esci dalla preistoria! Il lavoro si è evoluto. La tecnologia si è evoluta. Microsoft Office si è evoluto. E tu?”
Ed io ho fatto un esperimento:
Un amico mi ha gentilmente concesso l’ uso del suo personal computer dotato di una versione di Microsoft® Windows® 2000, release qualchecosa, service pack qualcosa e dotato di una versione di Microsoft Word® versione 9.0.3821 SR-1
Ho creato un simpatico file contenente semplicemente 2 parole e più precisamente: “Ciao mondo” il file è stato poi salvato con il nome “mondo.doc”.
Lo stesso amico, che stà seriamente prendendo in considerazione di abbandonare i dinosauri, ha infatti installato sul pc anche OpenOffice.Org e più precisamente la versione 1.1.3.
Eseguo quindi la stessa operazione con l’ elaboratore testi di OpenOffice creando lo stesso identico file contentente le stesse identiche due parole ed i risultati sono questi:
File di word = 19.456 bytes
File di openoffice = 5.248 bytes
Il file di Openoffice risulta quasi quattro volte più piccolo!
Le parole “Ciao mondo” valgono 10 byte, cosa diavolo ci sarà nelle altre migliaia di bytes di entrambe le versioni? “I formati!” direte voi, ed è vero, ma tra i due file c’è un’ importante differenza: in quello di OpenOffice potete vedere l’ _intero contenuto_ in chiaro[1], in quello di Word quasi l’ intero contenuto del file è criptato in uno dei tanti formati segreti di Microsoft e quindi illeggibile.
All’ interno del documento di word, nella piccola parte scritta in chiaro, ad ogni modo, ci troviamo delle cose interessanti tipo il nome dell’ utente (quello di Windows) che ha creato il documento e il nome della postazione di lavoro. A voi immaginare cosa possa esserci nella parte criptata, immagino che non sia difficile trovarci il numero di licenza del software.
Insomma è un po come accingersi a scrivere una lettera tradizionale ed accorgersi che il vostro fornitore di carta, vi ha venduto dei fogli dove tramite uno speciale inchiostro simpatico, è stato scritto il vostro codice fiscale. Simpatico no?
Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi appunto di versioni vecchie di Word e che le nuove, a suon di euro da sborsare, avranno nuove ed incredibili “feauteres” ed effetti speciali.
Voi ci credete o non sarebbe forse meglio seguire il saggio consiglio che ci arriva da Microsoft Italia®: Uscite dalla preistoria ed abbandonate i dinosauri!
Io mi sono occupato del TREX-elaboratore-testi™ se qualcuno vuole fare prove analoghe col Brontosauro-foglio-di-calcolo™, saremo curiosi di vederne i risultati, e sopratutto cosa succede nella nuova versione, grazie ;-)
[1] Gli archivi di OpenOffice vengono memorizzati in formato XML compresso; per vederne i contenuti dovete “scompattare” i file con un apposito software. Per farlo all’ interno di Windows vi consiglio il fantastico: 7-zip, libero e gratuito e vi renderete conto di come per i file di OpenOffice i contenuti siano aperti, accessibili nonchè convertibili, lasciandovi la più ampia libertà di decisione su cosa ne volete fare dei vostri dati e, viceversa, di quanto siate irrimediabilmente nelle mani dei formati chiusi di Microsoft per i vostri documenti creati con Word.
Interessi sui brevetti del software
14 marzo 2001
Bernard Lang
INRIA – AFUL – ISOC FRANCIA
Pubblicato nel forum del numero 84 della rivista Terminal, primavera 2001.
Testo originale.
Traduzione su annozero di Antonella Beccaria
Le invenzioni non possono, in natura, essere soggette a proprietà. La società può conferire un diritto esclusivo per i profitti provenienti da esse a titolo di incoraggiamento per quegli uomini che perseguono idee con cui produrre utilità, ma questo può o meno essere dato, in accordo con il volere e la convenienza sociale, senza pretese o rivendicazioni da parte di nessuno.
Thomas Jefferson, Lettera a Isaac McPherson, 1813
La legislazione sulla proprietà intellettuale, che comprende i brevetti, fu inizialmente una misura che accompagnava un’economia fondata sulla produzione dei beni materiali o sull’elaborazione di procedimenti altrettanto materiali. Il brevetto è un privilegio del monopolio sulla produzione di un bene o sull’operatività di un procedimento. Come tutti i monopoli, i brevetti presentano inconvenienti economici, conosciuti fin dalla loro origine. Le sovvenzioni erano e dovevano restare motivate dalla volontà di incoraggiare lo sviluppo tecnologico. Tuttavia, ci si può domandare se l’estensione della brevettazione a tutti i settori, compresi quelli immateriali, dell’economia contemporanea molto differente giustifichi ancora i criteri tradizioni e soprattutto se non presenti inconvenienti, sotto forma di nuovi pericoli.
Il contesto
Nel contesto della mondializzazione dei mercati, gli attori economici ricercano in modo molto naturale una uniformazione delle regole generali e nello specifico quelle fondate sulla proprietà intellettuale. Nel caso del brevetto, questa uniformazione comporta due dimensioni:
- una dimensione geografica, che tende all’unificazione di zone via via più larghe attraverso regolamenti e meccanismi di attribuzione dei brevetti, inquadrati abbastanza correttamente, a livello mondiale, attraverso gli accordi ADPIC;
- una dimensione di settore, che tende a definire regole uniche applicabili a tutti i settori tecnologici volgendo, in modo simultaneo e furtivo, all’estensione senza reali limiti dei campi presi in considerazone, in particolare quelli tecnologici immateriali che includono nello specifico programmi per elaboratore.
In modo furtivo perché, benché rivesta un interesse maggiore per la nuova economia fondata essenzialmente sulle risorse immateriali, la brevettazione dell’immateriale è stata trattata come un aspetto minore del problema a livello europeo e rimane nell’ambito del non detto a livello mondiale (accordi ADPIC o TRIPS [1]), trasformandolo nell’oggetto di una lotta quasi sotterranea [2]. Ora sono necessarie alcune constatazioni:
- la brevettazione delle risorse immateriali tende a rientrare nell’ambito della brevettazione di un sapere che era tradizionalmente considerato non brevettabile, come gli algoritmi matematici o i metodi intellettivi. Le implicazioni tecniche, etiche, sociologiche o semplicemente pratiche non sono necessariamente evidenti;
- l’apparizione del brevetto è legata all’emergenza dell’industria materiale, in risposta alle sue crisi economiche. L’economia dell’immateriale funziona su evidenti regole quantitativamente e soprattutto qualitativamente differenti. È dunque naturale aspettarsi un trattamento differente e appropriato per i beni immateriali;
- nel mondo futuro, in cui l’insieme degli atti di ognuno e l’insieme dei meccanismi sociali implicheranno una gestione o un controllo informatico, la brevettazione del software implica la possibilità di un controllo privato senza precedenti sui processi che possono riflettersi su diritti fondamentali: libertà d’espressione e di comunicazione oppure diritto all’educazione, per esempio.
A dispetto di una sensibilizzazione del pubblico e dunque del mondo politico rispetto a questi interessi, le pratiche si sono potute evolvere nel corso degli ultimi 25 anni verso una brevettazione via via maggiore del software, già protetto dal diritto d’autore [3], principalmente sotto la pressione dei principali gruppi industriali e dei professionisti della proprietà industriale. Questa evoluzione si è inizialmente manifestata negli Stati Uniti, favorita da una giurisprudenza sempre più condiscendente, senza che esistesse alcuna disposizione legislativa o un’analisi degli effetti economici. Si è diffusa poi al Giappone e in seguito all’Ufficio Europeo dei Brevetti [European Patente Office, ndt] il cui testo fondante – il trattato di Monaco [4] – è stato, a causa delle stesse pressioni, interpretato in modo sempre più lassista in favore della brevettazione dell’immateriale.
Nel mezzo di questo lassismo nell’interpretazione dei testi, è implicito un punto di rottura che porta con sé soprattutto una reale confusione in merito alle regole del gioco. Durante l’estate 2000 fu proposto un emendamento del trattato – l’Articolo 52 – che ratificasse questa evoluzione. Ma altri attori nel frattempo hanno preso coscienza di questi pericoli: scienziati e informatici, giuristi e dirigente delle PMI. Si opposero pubblicamente a questo emendamento [18] che fu respinto dagli stati membri dell’EPO. Il dossier venne rimandato allo studio della commissione europea [5].
Cittadini digitali (versione PDF per la stampa)
Siamo sulla soglia di un’epoca dominata dal software, il cui futuro dipende delle decisioni prese adesso. È necessario impedire che vengano ampliate le disuguaglianze sociali, combattendo l’esclusione digitale, garantendo l’accesso alla tecnologia e aprendo, in questo modo, la strada per il pieno esercizio della cittadinanza.
Le grandi invenzioni non sono pacifiche. Esse invertono l’ordine mondiale, creano nuovi meccanismi di mercato e di produzione. Generano tutti i tipi di paure e diventano agenti di profondi cambiamenti culturali. Questo è successo, per esempio, con l’avvento della stampa e della televisione. Questa volta, tuttavia, il mondo affronta una rivoluzione più ampia e veloce. Nelle ultime due decadi, ogni cosa ha iniziato ad avere la sua forma binaria, digitale. Il computer è diventato un strumento vitale di comunicazione, dell’economia e del potere.
Ci sono più opportunità, ma anche più rischi. Le nuove tecnologie possono allargare il divario tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e sottosviluppati, se i benefici della rivoluzione digitale non saranno raggiungibili alle persone di qualunque classe sociale. Dati dalle Nazioni Unite (ONU) mostrano che l’uso di Internet nel 2003 è limitato a 600 milioni di persone nel mondo, su un totale di più di 6 miliardi. Nel Brasile, i circa 15 milioni di utenti corrispondono all’ 8% della popolazione, cioè, il 2,5% della popolazione mondiale.
E’ in questo scenario che si sviluppa il movimento del software libero, che è, contrariamente a ciò che crede la maggior parte della gente, molto di più del semplice sviluppo di software a codice aperto. Con una filosofia basata sulla libertà di creare, innovare e condividere le idee, mette in scacco il vecchio ordine e propone un nuovo paradigma: la democrazia digitale.
La decisione del governo brasiliano, nel 2003, di dare preferenza all’uso del sistema operativo GNU/Linux e ai programmi non proprietari nell’ amministrazione pubblica, ha attratto l’ attenzione del mondo. Oltre al risparmio delle risorse del paese, l’uso di software libero diminuisce la sua dipendenza tecnologica e recupera i diritti del cittadino alla conoscenza digitale piena, senza le barriere di codici segreti.
Per parlare di questo argomento, EcoSpy ha invitato Sérgio Amadeu da Silveira, presidente dell’Istituto Nazionale di Tecnologia dell’ Informazione (ITI) del Brasile.
Amadeu è sociologo e fa parte del movimento del software libero. Tra il 2001 e il 2003, ha introdotto e coordinato il Governo Elettronico del comune di São Paulo. In questo periodo, ha ideato e messo in pratica il progetto di inclusione digitale della città realizzando i telecentri nelle aree più povere. Amadeu è insegnante all’ Università di Comunicazione Sociale Cásper Líbero di São Paulo [1] e autore dei libri “Exclusão Digital: a miséria na era da informação” (Esclusione digitale: la miseria nell’era dell’informazione) e “Software Livre: a luta pela liberdade do conhecimento” (Software libero: la lotta per la libertà di conoscenza), pubblicati dalla casa editrice Fundação Perseu Abramo e che, al momento, non risultano tradotti in italiano.
Intervista
EcoSpy: In cosa consiste questa rivoluzione digitale o dell’ informazione in corso?
Sérgio Amadeu da Silveira: Gli indicatori mostrano un grande progresso nell’economia mondiale riguardo l’ insieme delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’ informazione. Tutta la catena di produzione sta per essere trasformata da queste tecnologie digitali, che sono basate sull’intelligenza e sull’elaborazione di programmi intelligenti, perché aumentano la capacità delle persone di immagazzinare, elaborare e trasmettere le informazioni.[2]
Solo per dare un’idea, oggi una grande azienda non è in grado di portare avanti tutte le attività di cui necessita senza una grande rete di comunicazione, computers e server. E tutte queste macchine sono internamente governate dal software. Questo significa che le persone hanno iniziato a usare il software nella loro vita quotidiana spesso senza rendersene conto.
Così, quando dico che viviamo nella società dell’informazione, voglio dire che le informazioni sono l’elemento più importante. Il software è presente in tutte le attività produttive, commerciali ed industriali. È diventato l’elemento centrale delle relazioni tra le persone, le aziende, i governi e i settori culturali.
Il termine “software” è oggi universalmente utilizzato per indicare la componente immateriale che governa moltitudini di apparecchiature elettroniche, che vanno dai più semplici apparati di comunicazione quali telefoni e fax, agli elettrodomestici, per arrivare a quelli che rappresentano i principali responsabili, di ciò che comunemente viene indicata come la più grande rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni: i “personal computer”, principali protagonisti della diffusione di massa delle tecnologie digitali.
Ma quale è il reale significato di tale parola e come mai interi Governi nazionali, Istituzioni pubbliche, aziende private e semplici cittadini, pongono tanta attenzione su questo argomento che a prima vista sembrerebbe una semplice questione di circuiti ed apparati elettronici? Ed ancora, come è possibile che a tale tecnologia venga associato o meno il concetto di libertà?
Per cercare di dare una risposta a tali quesiti, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo e raccontarvi di una storia fatta di linguaggi e difficoltose comunicazioni tra uomo e macchina. Una storia nella quale l’umanità sembra apparentemente uscirne vincente, ma che in realtà si dimostra piena di insidie e allo stesso tempo presenta grandi opportunità di sviluppo sociale, che naturalmente una società civile ha l’obbligo di cercare di non farsi sfuggire.
Il linguaggio umano è caratterizzato dalla moltitudine di concetti e di simboli che li rappresentano; ma ad un certo punto della storia alcuni filosofi, matematici e teorici, compresero che l’universo di queste comunicazioni poteva essere riassunto in sole due informazioni, che dal punto di vista teorico potremmo chiamare: l’esistenza e la non esistenza di qualcosa.
Per fare un esempio pratico di comunicazione con queste due semplici informazioni, pensate ad un intesa (in termine tecnico chiamata “protocollo”) tra voi ed un vostro conoscente, per la quale stabilite che se avete una luce accesa comunicate che siete in casa, mentre se la luce è spenta significa che siete altrove. Allo stesso modo il “protocollo” potrebbe complicarsi e coinvolgere due luci, stabilendo per esempio che se una luce è accesa e l’altra spenta, il messaggio è che siete in casa, mentre se entrambe sono accese significherà che siete in casa ma che siete occupati; entrambe le lampade spente potrebbero comunicare che non siete in casa.
Con questa logica e con due semplici informazioni di base (acceso/spento) una volta stabilito il protocollo, sarete in grado di comunicare molte informazioni, tante quante sono le combinazioni dello stato di acceso/spento del numero di lampade che il vostro “protocollo” prevede (a voi il compito di immaginare quale tipo di informazione potrebbe aggiungere una terza lampada, es: sono in casa, sono occupato perchè stò mangiando, oppure perchè sono al telefono etc.)
Nel corso della storia e con l’evoluzione tecnologica, fu naturale poi per qualcuno individuare il fatto che questa logica potesse essere facilmente applicata ai congegni elettronici, per loro natura in grado di recepire solo due due tipi di informazioni: presenza o assenza di energia elettrica. Sostanzialmente, un certo numero di lampade che con la loro combinazione di stato acceso/spento, comunichino informazioni.
L’ elettronica ha l’enorme vantaggio di essere estremamente veloce e di occupare pochissimo spazio; pensate a migliaia di microlampade in grado di accendersi o spegnersi in una frazione di secondo e in questo modo trasportare milioni di informazioni ad una velocità incredibile. Una forma qualsiasi di comunicazione elettronica, per queste ragioni, è destinata a sopravanzare qualsiasi altro mezzo di comunicazione e così è stato.
Tuttavia ci si rese subito conto che il dialogo tra uomo e macchina elettronica sarebbe stata cosa complessa; il primo in grado di comunicare un’ infinità di concetti e in grado di sviluppare altrettanti simboli per rappresentarli, sull’altro versante macchine in grado di recepire solo due stati fisici: presenza o assenza di energia, che per convenzione e per utilità, furono rappresentati dai numeri 0 e 1.
Due mondi distanti e due linguaggi completamente diversi. Per comunicare, fornire informazioni, istruire macchine dal linguaggio così limitato, era necessario gettare un ponte tra i due mondi, creare il traduttore universale capace di trasformare il pensiero umano in informazioni per la macchina. In pratica si rese necessario creare una sorta di sottoinsieme del linguaggio umano, una specie di dialetto, trasformabile dal traduttore in un qualcosa di comprensibile ed eseguibile dalla macchina cioè, un insieme di istruzioni fatte di zero e di uno.
Fu così che questa comunicazione uomo/macchina cominciò a strutturarsi a livelli in ognuno dei quali l’essere umano e la macchina ricoprono ruoli e funzioni ben precise, dai confini spesso invalicabili.
I programmatori sono le persone che conoscono la logica dei computer, le operazioni che sono in grado di compiere e i dialetti utilizzabili per fornire la serie di istruzioni comprensibile ed eseguibile dal calcolatore, vale a dire il programma.
Il primo stadio del software è quindi quello scritto dai programmatori nel linguaggio di programmazione prescelto. A questo livello il software prende il nome di codice sorgente, in tale forma il programma risulta comprensibile, studiabile e modificabile dai programmatori, ma non è eseguibile sui computer. Per ottenere un programma in grado di fare eseguire ai calcolatori qualche tipo di operazione, è necessario tradurre il codice sorgente nel corrispondente codice eseguibile, che viene anche denominato codice binario.
L’ operazione di conversione da codice sorgente a codice binario viene effettuata da un particolare programma appositamente creato e che prende il nome di compilatore. Esistono specifici compilatori per ogni linguaggio di programmazione.
Solo dopo la fase di compilazione il software prende la forma di programma eseguibile; l’aspetto negativo è che in questa fase del suo ciclo di vita, il programma risulta comprensibile ai computer ma non lo è più per i programmatori i quali, per capire o modificare il programma, devono fare sempre riferimento al corrispondente codice sorgente. Inutile dire che se per qualsiasi motivo il codice sorgente dovesse andare perso, il programmatore non sarebbe più in grado di modificare il programma, di controllarne il funzionamento e di correggerne i potenziali errori.
Facciamo un esempio pratico. Quello che segue è il codice sorgente di un banale programma di esempio scritto nel linguaggio di programmazione denominato “C”:
#include
main()
{
printf ("Hello World"n);
}
Il banale scopo del programma di esempio, è quello di fare apparire sul monitor la scritta “Hello World”. Dopo la fase di compilazione lo stesso programma, in forma di codice eseguibile, apparirà al programmatore più o meno nel seguente modo:
éÐÿÿÿ1í^‰áƒäðPTRhðƒ##hƒ##QVhlƒ##è¿ÿÿÿô��U‰
åSètë#ƒÀ#£””##ÿÒ¡””##‹#…ÒuëÆ#Œ•###ÉÉöU‰
åQQ‹#p•#ƒÀ#ƒÀ#Áè#Áà#)ăìhx„##è#ÿÿÿƒÄ#ÉÃ������U‰
åWVSƒìè¾þÿÿ�ƒ#ÿÿÿ�“#ÿÿÿ‰Eð)Ð1öÁø#9Æs#‰×ÿ#²‹Mð)
GCC: (GNU) 3.4.1 ÿÿÿÿ˜”##
Si tratta del codice binario del programma. Come vedete, qualcosa di assolutamente incomprensibile anche per i programmatori.
Ora, se ci venisse in mente di effettuare una versione Brasiliana del programma di esempio, dovremmo procedere alla sostituzione nel codice sorgente, della stringa “Hello World” con la corrispondente in portoghese “Oi Mundo” ed effettuare di nuovo la fase di compilazione. Se per qualche motivo non avessimo accesso al codice sorgente, l’operazione non sarebbe possibile. In pratica non avremmo la libertà di tradurre o di modificare il programma come vorremmo.
Chiunque fosse in possesso della versione binaria potrebbe eseguire il programma e fare apparire la scritta “Hello World” sullo schermo, ma solo chi fosse in possesso del relativo codice sorgente potrebbe modificarlo, per esempio, per tradurlo in altra lingua, oppure per estenderne le funzionalità.
Il software è sempre più coinvolto in moltissimi aspetti della nostra vita quotidiana. I computer vengono usati per elaborare i conti e le transazioni bancarie, gestiscono le amministrazioni pubbliche, i voli aerei, le strutture sanitarie. Il software controlla il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e studiamo; è difficile individuare un qualsiasi settore della società moderna, nel quale le tecnologie digitali non vengano in qualche modo utilizzate.
Tutto ciò è sotto il controllo di codici che, nel momento in cui si riesca in qualche modo a legittimarne o giustificarne la mancanza di accessibilità al corrispondente codice sorgente, possono risultare incomprensibili e segreti.
Questo tipo di evoluzione nella gestione dei programmi per elaboratori, è esattamente quella a cui si è assistito con l’avvento del Software Proprietario. Una modalità di sviluppo del software proposto principalmente dalle Software House, cioè da aziende (sopratutto Multinazionali) che grazie all’applicazione di rigide leggi sul copyright e tramite brevetti, impostano il loro business sulla realizzazione e commercializzazione di software in formato binario, quindi eseguibile dai calcolatori ma senza il relativo codice sorgente. Il risultato è quello che viene comunemente chiamato pacchetto software, che viene commercializzato alla stregua di un qualsiasi prodotto materiale ma il cui uso, è spesso vincolato e limitato da severe licenze di utilizzo. Inutile dire che essendo tali pacchetti non corredati dal corrispondente codice sorgente, non solo ogni modifica o adattamento di tali programmi acquistati risulta impossibile, ma anche la semplice conoscenza di ciò che è scritto nel codice e il controllo delle operazioni che il computer esegue, risulta complicato se non addirittura impossibile. A questo punto l’accostamento tra le parole “software” e “libertà di utilizzo” cominciano ad avere un senso.
Naturalmente la maggior parte degli utilizzatori di computer e di altri congegni elettronici, trova del tutto naturale avere a che a fare solo con la parte eseguibile del software e normalmente poche persone si preoccupano della disponibilità o meno del codice sorgente, dopotutto chi non è programmatore non saprebbe nemmeno che farsene; ma probabilmente, dopo questo nostro breve viaggio nel tempo tra codici e linguaggi, qualcuno avrà intuito l’importanza della posta in gioco e forse si starà domandando per la prima volta se una tecnologia di tale importanza, possa essere chiusa e tenuta al segreto nelle mani di chi ne controlla il codice sorgente; se questo tipo di business che basa la sua giustificazione filosofica ed etica sulla difesa della “proprietà intellettuale”, non possa risultare pericoloso e dannoso nei confronti della libera circolazione della conoscenza, del progresso tecnologico, delle opportunità di sviluppo e crescita sociale per l’umanità intera.
La distribuzione e la commercializzazione di software a sorgente chiuso è ormai divenuta una consuetudine e in molte realtà è adirittura concepita come l’unica metodologia di sviluppo dei programmi possibile, ma la storia della tecnologia digitale non è iniziata in questo modo e quello a cui assistiamo oggi assomiglia all’espressione di una logica di mercato distorta, dove la filosofia del massimo profitto con il minimo sforzo, si sostituisce alle esigenze di progresso tecnologico, culturale e sviluppo sociale, che una moderna società democratica e civile dovrebbe perseguire.
Il nostro viaggio tra le foreste simboliche dei linguaggi e dei codici, continuerà nella seconda parte di questo articolo, dove cercheremo di parlarvi di una storia parallela e strettamente legata a quella degli zero e degli uno macinati dai microprocessori. Una storia affascinante iniziata e portata avanti da persone esperte, abili giocolieri dei codici, che dal buio delle loro stanze illuminate solo dalla debole luce dei display, hanno saputo mostrare al mondo intero l’aspetto più umano della tecnologia. Richiedendo a gran voce la libera circolazione del pensiero, dell’ informazione e la condivisione della conoscenza, hanno trascinato con se migliaia di collaboratori, creato una comunità internazionale, risvegliato l’interesse e le coscienze di programmatori, tecnici, politici, sociologi e di decine di Governi e di pubbliche amministrazioni di tutto il mondo: il movimento del Software Libero.
Commento ad un articolo apparso sul supplemento di The Economist Technology Quarterly.
La diatriba “Linux” vs windows francamente è di quanto più noioso e stupido si possa assistere; non solo perchè non si capisce il motivo per il quale dovremmo continuamente confrontarci con il sistema operativo proprietario e chiuso di casa Redmond e dimostrare di essere tecnologicamente superiori, ma anche perchè costituisce una inutile perdita di tempo e risorse che potrebbero essere impiegate decisamente in modo migliore.
Ecco finalmente un articolo che mette in luce delle qualità diverse del software libero che raramente vengono prese in considerazione e spiegate.
Il modello di sviluppo aperto caratteristico del software libero, propone diversi evidenti vantaggi che vanno dalla riduzione dei costi alla trasparenza e sicurezza del codice, per arrivare alla maggiore indipendenza rispetto ai fornitori di tecnologia, ma questi non sono gli unici aspetti positivi dei quali il software libero può vantarsi.
Il codice aperto infatti, in quanto completamente fruibile, modificabile e ridistribuibile, può essere anche tradotto e “localizzato” da chiunque ne abbia la necessità. Ed ecco che gli “Eroi locali” dell’ opensource rendono accessibile KDE e Gnome in almeno il doppio dei linguaggi disponibili per windows.
KDE è già disponibile in 42 diverse lingue ed altre 46 sono in fase di sviluppo, allo stesso modo Mozilla parla 65 lingue ed altre 34 stanno per arrivare e OpenOffice è disponibile in 31 idiomi compreso Slovenian, Basque, Galician, e lacuni linguaggi Indiani come Gujarati, Devanagari, Kannada and Malayalam. Altri 44 linguaggi compariranno a breve compreso: Icelandic, Lao, Latvian, Welsh e Yiddish.
Potenza della comunità hacker, potenza della libertà nella tecnologia e nella conoscenza.
Sull’ altro versante windows 2000 viene proposto in 24 lingue e windows XP in 33, mentre l’ ultima versione di office è disponibile in sole 20 lingue. Il motivo di tale differenza di lingue disponibili confronto al software libero è evidente e non necessita di spiegazioni: cosa importa alla multinazionale americana di rendere disponibile, per esempio, la propria tecnologia in Zulu, Xhosa, Venda, Sesotho ed altri linguaggi africani, quando è più alto il costo per tale lavoro che gli introiti che ne deriverebbero?
Il software libero rappresenta oggi una incredibile risorsa per queste popolazioni, che la logica del puro profitto vorrebbe vedere escluse.
Per una volta nella storia, un piccolo grande dono di riparazione dal mondo occidentale; dopo esserci tanto macchiati di imperdonabili misfatti non facciamoci sfuggire l’ occasione di contribuire a dare un volto più umano a questo mondo.

